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Danno ambientale per il commercio dei “cetrioli di mare”? Inflitti 48 anni di reclusione agli otto imputati

by Angelo Centonze
29 Gennaio 2022 8:46
in Cronaca
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Il Tribunale di Viale De Pietro

Il Tribunale di Viale De Pietro

Si conclude con la condanna a complessivi 48 anni di carcere, il processo a carico di otto persone, accusate dell’asportazione e vendita di un ingente quantitativo di oloturie dai fondali marini.

Il giudice monocratico Francesca Mariano ha inflitto la pena di 6 anni di reclusione e una multa di 100mila euro ciascuno per i proprietari dei sette pescherecci: Damiano Barba, 51 anni; Cosimo Carroccia, 54 anni; Pietro Carroccia, 57 anni; Gabriele Faenza 37 anni; Luigi Fiore, 46enne (tutti di Gallipoli); Salvatore D’Aprile e Gigino Giovanni Stapane, entrambi 53enni di Nardò. Ed è stata inflitta la stessa pena per Davide Quintana, 40 anni di Gallipoli, titolare di una ditta specializzata nel commercio della pregiata specie.

Non solo, poiché il giudice Mariano ha dichiarato l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e lo stato d’interdizione legale per la durata della pena, per tutti gli imputati.

Si tratta di una sentenza destinata a fare giurisprudenza, poiché è la prima in Italia in tema di inquinamento ambientale da pesca massima e commercializzazione di oloturie.

L’unico precedente è una sentenza della Cassazione del 2017, riguardante un ricorso avverso un riesame del tribunale di Taranto e dunque in materia cautelare.

In una precedente udienza ha discusso il procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone che ha invocato complessivamente la pena di quasi 30 anni di reclusione per gli otto imputati.

Rispondono del reato di inquinamento ambientale per aver cagionato un significativo deterioramento del tratto di mare nel luogo in cui le oloturie furono asportate.

Gli imputati sono assistiti dagli avvocati: Luca Laterza, Ladislao Massari, Federico Piro, Biagio Palumbo, Emanuele Simone, Massimo Cavuoto, Tommaso Mandoi.

Il collegio difensivo potrà presentare ricorso in Appello, appena verranno depistate le motivazioni della sentenza.

L’inchiesta

Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone, portarono al sequestro (per evitare il protrarsi della cattura abusiva della specie protetta) nel novembre del 2016– disposto dal gip Alcide Maritati – di sette imbarcazioni, nonché dei locali in uso ad una società con sede a Gallipoli, utilizzati per lo stoccaggio e la lavorazione degli organismi marini.

Le operazioni sono state eseguite in modalità congiunta da militari della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza di Gallipoli.

Le indagini traggono origine dal sequestro di circa 11 tonnellate di oloturie (i cosiddetti cetrioli di mare), ritrovate il 15 dicembre 2015 su un autoarticolato fermato per un controllo lungo la strada provinciale Lecce-Gallipoli. Ne scaturì un accurato approfondimento investigativo – condotto tramite numerosi controlli presso alcune società cooperative di Gallipoli, Vernole, Melendugno, Lecce e Castro – ma anche in aziende con sede nella provincia di Brindisi e Taranto. All’esito delle operazioni venne accertata la commercializzazione di circa 200 tonnellate di oloturie di mare.

Dagli elementi ricostruiti è emersa l’esistenza di un sistema in cui la massiccia cattura di oloturie fosse finalizzata alla vendita a società greche, che, a loro volta, le destinavano ai mercati asiatici nei quali risulta elevata la richiesta di questa specie utilizzata per finalità cosmetiche, oltre che alimentari.

Le oloturie sono una specie essenziale per l’habitat marino e sono quotate nella cucina asiatica a 600 dollari a porzione.

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