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L’omicidio di Giuseppe Insalaco, il sindaco ‘scomodo’ ucciso dalla mafia

by Marianna Merola
12 Gennaio 2024 14:19
in Cronaca
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12 gennaio 1988. Quando quella sera fu trovato il corpo senza vita di Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo per 100 giorni, qualcuno rimase sorpreso. Su quell’uomo, ucciso a colpi di pistola mentre si trovava in auto, era calato il silenzio dopo l’accusa di aver intascato una tangente che lo aveva costretto alle dimissioni. Era solo, abbandonato da tutti, dal suo partito, la Democrazia Cristiana e dalla città di cui aveva provato a svelare segreti e trame, quelle più intime e inaccessibili.

Era fuori da tutti i giochi, estraneo alle partite sotterranee del potere, eppure continuava ad essere un personaggio scomodo, anche dopo aver lasciato Palazzo delle Aquile con una macchia da cancellare. Eppure c’era stato un attendato che aveva il sapore di un avvertimento. Dopo le sue dichiarazioni davanti alla Commissione antimafia, l’Alfetta blu 2000 parcheggiata a pochi metri dalla sua abitazione nello stesso stabile del Giudice Giovanni Falcone era stata rubata e distrutta dalle fiamme.

Insalaco sapeva che lo avrebbero fatto fuori con le inchieste giudiziarie, che lo avrebbero screditato come uomo e come politico. «Sono vittima di un killeraggio politico, mi stanno uccidendo con le carte e non con le armi» scrisse nel suo memoriale, trovato nel piccolo ufficio che l’ex sindaco aveva ricavato in un locale in via Papireto, un mezzanino che si affacciava sul mercatino delle pulci di Palermo. Un documento di 17 pagine che, all’epoca, provocò un terremoto.

Si sbagliava. Prima le lettere anonime alla magistratura, poi le calunnie, infine i killer. L’ex sindaco, che aveva svelato come funzionavano i grandi appalti a Palermo, facendo nomi e cognomi di padroni e padrini, fu zittito da quattro proiettili che lo hanno colpito a morte mentre era al volante della sua Fiat 132 blu, imbottigliato nel traffico delle eleganti strade del centro. A premere il grilletto della 357 magnum è un giovane con un casco, particolare insolito per le abitudini dell’epoca.

Insalaco muore, convinto di poter demolire le accuse durante processo, ma passeranno molti anni prima di raccontare la verità. Nel frattempo, l’ex sindaco andato via senza giustizia viene consegnato alla memoria come un corrotto e dimenticato, come un segno di pietà, per la fine che aveva fatto. Intorno a un uomo che aveva combattuto la criminalità, presentandosi sul luogo dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo con la fascia tricolore dopo aver fatto tappezzare la città con manifesti firmati dell’amministrazione comunale in cui per la prima volta compariva la parola “mafia“, che aveva accusato i signori degli appalti, che era stato trascinato in un’indagine giudiziaria mentre stava per svelare i segreti fra la mafia e il potere, si era creato il vuoto. «Sono entrato in un gioco più grande, se avessi accettato certe cose sarei ricco e non braccato» disse.

Le tracce lasciate dai killer

Dopo l’omicidio, uno di tanti delitti «eccellenti», nelle mani degli uomini in divisa finiscono tracce importanti. Materiale prezioso per chiudere il cerchio: c’è il mezzo usato nell’agguato, una vespa abbandonata dai killer, fuggiti a piedi «facendo molta attenzione a coprirsi il viso». Ci sono le armi e i caschi. Uno in particolare, quello bianco, indossato, secondo i testimoni, dall’uomo che ha sparato, contiene diciassette capelli. E, invece, non è successo niente. Tutte le piste, tutti i sospetti, tutte le strade imboccate non hanno portato a nulla. Fino a quando sono stati individuati i due killer, Domenico Guglielmini, il mafioso – racconterà Giovanni Brusca – incaricato di comprare lo champagne per brindare all’assassinio di Giovanni Falcone e Domenico Ganci, l’assassino che diede alla madre in lutto le sue condoglianze.

Inchiesta chiusa, Peppuccio, il sindaco dei cento giorni che aveva scoperto gli scheletri nell’armadio, ha avuto giustizia, ma l’ha pagata a caro prezzo.

Tags: accadde-oggiuna-data-una-storia
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