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La storia di Gregorio Durante ‘morto in carcere come Cucchi’

by Marianna Merola
6 Febbraio 2018 16:10
in Cronaca
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Da quella maledetta notte dell’ultimo dell’anno, a San Silvestro, la famiglia di Gregorio Durante, 34enne originario di Nardò, non trova pace. L’unica cosa certa è che il 31 dicembre del 2011, all’interno della cella numero 5 della sezione “Italia” del Carcere di Trani, il cuore del giovane detenuto ha improvvisamente smesso di battere. A nulla sono serviti i tentativi di rianimarlo sia della guardia medica presente sul posto che del personale del 118, intervenuto dopo pochi minuti dalla chiamata. «Crisi respiratoria indotta da un’intossicazione da ‘fenorbital’, farmaco comunemente utilizzato per il trattamento dell’epilessia, agevolata dalla contestuale presenza di broncopolmonite», questo il referto stilato dai tre periti incaricati di far luce sulle cause di quella morte che fin da subito ha lasciato non pochi interrogativi. Che cosa realmente sia successo nel penitenziario prima di quel giorno, invece, resta avvolto da un alone di mistero.

La mamma Ornella e la moglie Virginia sono sicure: lui in quel carcere, a causa delle sue gravi condizioni di salute, non doveva trovarsi ed in tutti questi anni si sono battute senza risparmiarsi affinché la verità venga alla luce.  Gregorio, figlio di Pippi, il boss accusato di aver ucciso il primo aprile del 1984, l’assessore della pubblica istruzione del comune di Nardò, Renata Fonte, stava scontando una condanna a 6 anni di reclusione per uno schiaffo che, pur essendo in regime di sorveglianza, aveva dato a un ragazzo nel corso di un diverbio avuto – a suo dire – perché il giovane, seduto sui gradini insieme alla fidanzata, stava per fare cadere dalle scale la sua compagna, all’epoca dei fatti incinta. Di più, soffriva di crisi epilettiche associate a crisi psicomotorie a causa di un’encefalite contratta nel 1995, quando aveva 17 anni. Una malattia tenuta sotto controllo grazie ad una terapia adeguata che, stando a quanto raccontato, sarebbe stata bruscamente interrotta una volta entrato nel penitenziario di Trani, né sarebbe stato consentito ai parenti di portare i farmaci dall’esterno. «Da quando è entrato nel carcere – ha raccontato Virginia – gli hanno sospeso la somministrazione di un medicinale vitale: il Tolec. La direzione del carcere ci ha detto che la Asl non lo passava e loro non potevano darlo, né hanno consentito che mio marito acquistasse questa medicina o che potessimo portarla noi, da fuori. Divieto assoluto. E mio marito peggiorava».

In una lettera, il 34enne neretino aveva scritto alla consorte «aiutami, ho paura, mi stanno facendo morire». Le cronache di quei giorni raccontano di numerosi interventi del 118 e di un ricovero nell’Ospedale di Bisceglie da cui Gregorio fu dimesso il 13 dicembre. Due giorni dopo i suoi legali depositarono un’istanza di sospensione dell’esecuzione della pena, che sarebbe terminata nel 2015, o in alternativa di detenzione domiciliare per gravissimi motivi di salute ed incompatibilità con il regime carcerario. A detta dei familiari, l’uomo era stato costretto a rimanere tre giorni in isolamento diurno perché accusato di aver “simulato una malattia”. Insomma, fingeva di star male.

«Quello che è successo a mio marito – aveva dichiarato la compagna Virginia qualche giorno dopo la tragedia – è peggio del caso Cucchi. Mio marito non l’hanno curato, l’hanno lasciato morire senza aiutarlo, con cattiveria, senza somministrargli la terapia prescritta dai medici e negli ultimi giorni di vita lo hanno ridotto a vegetare su una sedia a rotelle, con il pannolone, inebetito, non mangiava, non beveva più. Mio marito, per quelli del carcere, simulava. Sta simulando ora, in quella bara? Qualcuno mi deve dare una risposta».  

Il 14 novembre, nel tribunale di Trani, sarà emessa la sentenza del rito abbreviato. Per la morte di Gregorio, avvenuta nella notte di San Silvestro, sono state indagate cinque persone.

Tags: emergenza-carcerigregorio-durante
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