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La lunga notte dei Lazzareni, quel canto di passione che si spande nella notte di Sannicola

by Adele Errico
5 Aprile 2020 16:09
in Attualità
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Le strade sono vuote, non c’è creatura che le attraversi. Un’atmosfera silenziosa, quasi tetra, quella di un paese deserto, spiato dall’angolo di un balcone, non troppo lontano dalla piazza centrale. Poi, lentamente, un canto si spande, cresce il volume, scorre tra la polvere dell’asfalto, si diffonde nelle case, attraversa i muri e il paese si riempie di calore. Il calore della tradizione, quest’anno trasmesso da un alto parlante montato in cima a un’auto che attraversava le strade. La tradizione non muore, quella tradizione che, normalmente, ogni anno, giace nelle bocche di chi canta, a voce alta, per le strade e si imprime nei calli delle mani che picchiano i tamburelli fino a dolere.

Ma la fisicità della tradizione, quest’anno, è stata impedita dal momento surreale che si sta vivendo e la lunga notte dei lazzareni non si è potuta verificare. Ma il canto c’è stato, si è diffuso, grazie a quell’auto ha portato con sé un canto che affonda nella terra salentina come le radici di un albero, un canto che, di generazione in generazione, è rinato in mille e mille voci, sempre diverso, sempre lo stesso.

Perché non è fatto solo di suoni, o di note, o di parole. È un canto fatto di memoria, intessuto nelle trame di mille ricordi, è il canto di bambini che il sabato mattina, prima delle Palme, lasciavano i banchi della scuola per inondare le strade con il canto che narra la Passione di Cristo, intonandolo in coro, suonando – qualcuno con più talento di qualcun altro – per ore i tamburelli finché il ritmo dello strumento non si uniformava al ritmo del cuore – bum bum bum – e non si sapeva dove l’uno finisse e l’altro iniziasse. A rivivere, ogni volta, ogni anno, era la Passione di Cristo, nelle voci di chi la narrava. Perché, si sa, la tradizione è fatta di voce e la voce è narrazione.

Sì, certo, c’erano i foglietti che gli insegnanti avevano distribuito, uno per ciascuno – foglietti dapprima immacolati poi strappati, spiegazzati, accartocciati – ma non era nel foglio che la tradizione prendeva vita. Era nella voce, nelle voci di chi la cantava, per le strade, nelle case, agli angoli delle piazze, nei cortili. Riviveva. E vive diventavano le sue parole, quelle parole che non avevano più bisogno di un foglietto per essere ricordate, stampate, impresse nella memoria, forse poi adeguatamente riposte per il resto dell’anno ma che guizzavano, sempre, ardenti ogni sabato prima della Palme.

Vive diventavano, davanti agli occhi, le lacrime di Maria Maddalena che lava i piedi del Cristo, vivo ritornava ogni volta Lazzaro che usciva dal sepolcro, vivo il dolore della Vergine che cercava e chiamava il Figlio – e che aveva la stessa disperazione delle parole di Jacopone da Todi “Accurre, donna e vide che la gente l’allide – viva la carne trafitta dai chiodi. Sempre viva nella memoria, nelle voci, nei tamburelli e nelle fisarmoniche. Quest’anno in un altoparlante in cima a un’auto. Ma viva.

Tags: pasqua
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