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Omicidio Carmine Greco: il testimone Giuseppe Barba rischia di diventare co-imputato

by Angelo Centonze
23 Agosto 2017 14:01
in Cronaca
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arma-fuoco

Una pistola

Nuovo colpo di scena nel processo sull'omicidio di Carmine Greco, consumatosi ben 25 anni fa a Gallipoli. Giuseppe Barba ascoltato in udienza come teste "puro" dal pm, a seguito di alcune scottanti rivelazioni, rischia di diventare co-imputato. L'udienza è stata rinviata al 26 maggio, quando terminerà l'esame alla presenza del suo avvocato Paola Scialpi.
  
Giuseppe Barba, affiliato al clan Padovano, aveva il ruolo di "custode" delle armi del clan. Dunque, sarebbe stato a conoscenza che una pistola, da lui tenuta in custodia, serviva a uccidere Carmine Greco.
  
Il pm Elsa Valeria Mignone ha prima di tutto chiesto a Giuseppe Barba se sapeva perché Carmine Greco era stato ucciso. L’uomo ha risposto che "era un cane sciolto e dava fastidio". Un giorno Carmine Greco fu visto comunicare con dei tipi di Milano, una "sfida" ai Padovano. L'ordine partì da Salvatore e Rosario Padovano. Invece, materialmente, l'omicidio fu commesso da Mendolia (su ordine di Marcello Padovano) e Nicola Greco. Quest'ultimo avrebbe chiuso la strada con la macchina alla vittima e poi avrebbe sparato il terzo colpo. 
  
A questo punto dell'ascolto si è verificato il colpo di scena poiché Giuseppe Barba avrebbe dichiarato di essere la figura che deteneva le armi, assieme a Scialpi. Cosicché il Presidente Sansonetti della Corte di Assise di Lecce (a latere Fabrizio Malagnino e giudici popolari) ha interrotto l'udienza "avvisando" il testimone del rischio di diventare co-imputato. Ha dunque rinviato il processo, affinché possa essere assistito da un avvocato.
  
Subito dopo è stato sentito Carmelo Mendolia come teste puro che ha confermato molte delle dichiarazioni già rilasciate agli inquirenti e nel corso del primo processo (furono emesse due condanne nei confronti del boss Pompeo Rosario Padovano e di Carmelo Mendolia). L’uomo non sapeva di essere stato chiamato a Gallipoli per commettere un omicidio.
  
Mendolia ha confermato che Carmine Greco venne ucciso perché decise di "mettersi in proprio" nell'ambito dello spaccio di droga, dissociandosi dal clan. Mendolia si recò  il 13 agosto del 1990, sul luogo dell'omicidio con un complice. Inizialmente erano presenti, assieme a Carmine Greco, anche la moglie con il figlioletto in braccio. Una volta che si allontanarono, scesero entrambi dalla macchina, ma non ricorda se anche il complice Greco avesse sparato. Del resto, aveva conosciuto Nico Greco solo in un occasione e non lo avrebbe mai più visto. Inoltre, Mendolia ha aggiunto di essere ritornato a Gallipoli per avere la sua parte e in quell'occasione avrebbe conosciuto il figlio di Carmine Greco (il ragazzino in grembo alla madre). Successivamente, partecipò anche all'omicidio di Salvatore Padovano, detto Nino Bomba", come già dichiarato in altre occasioni.
  
Infine, è stato sentito Marco Barba, il quale ha confermato alcune precedenti dichiarazioni.
  
Nella scorsa udienza, invece, è stato sentito Nicola Greco, detto “Nico”, difeso dagli avvocati Ladislao Massari e Mario Coppola, che ha confessato di avere accompagnato in macchina il killer di suo cugino, ma senza sapere che Mendolia avesse intenzione di sparare, per ucciderlo. 
  
Greco ha detto "Ho accompagnato Carmelo Mendolia sotto casa di Carmine Greco. Ho fermato la macchina e Mendolia ha cominciato a sparare dall'interno; Carmine era assieme ad un'altra persona che scappò via. Successivamente, andai da mia sorella e lasciai la macchina. Subito dopo, diedi fuoco alla macchina". Poi ha aggiunto "Non ho mai sparato, ho solo accompagnato quella persona, ma non mi aspettavo che sparasse. Infatti, in un bar Padovano mi disse che dovevo soltanto  accompagnare Mendolia, sotto casa di Greco".
  
“Nico”, secondo l'accusa rappresentata dal pubblico ministero Elsa Valeria Mignone, sarebbe l’autore materiale dell'omicidio di Carmine Greco, mentre il 54enne gallipolino, Marcello Padovano, detto “Briocha" il mandante . Quest'ultimo è difeso dagli avvocati Gabriele e Giovanni Valentini.
  
La convivente della vittima, all'epoca dell'agguato mortale, si è costituita parte civile difesa dall'avvocato Silvio Giardiniero e la figlia difesa dall'avvocato  Guidi.

Tags: omicidi
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