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Pile, quatarotti e lavaturi… quando fare il bucato a mano era un ‘cerimoniale familiare’

by Redazione
30 Marzo 2026 12:22
in Attualità
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Qualcuno lo usa ancora, perché ci sono delle abitudini difficili da dimenticare, soprattutto se il calendario segna tante primavere, ma lu lavaturu, la tavoletta in legno con gli scalini usata per lavare i panni a mano, è uno di quei tanti oggetti che la modernità ha condannato alla “pensione”. Oggi il lavoro sporco, in tutti i sensi, lo fanno le lavatrici, ma una volta fare il bucato era un rito che cominciava fin dalle prime ore del mattino, quando le donne di casa si ritrovavano vicino alla pila di pietra nel cortile per dedicarsi alla biancheria, da “strofinare” con il sapone di marsiglia fatto in casa e l’acqua che i più recuperavano dalla fontana, gli altri dalla cisterna. Per chi aveva la casa a corte, poi, era una festa, un’occasione per ritrovarsi a chiacchierare mentre si svolgevano le faccende domestiche.

Per ogni panno o ogni sporco c’era un metodo. Il bucato più ‘ostinato’ veniva inserito nel quatarottu e lasciato bollire sul fuoco del camino. Poi si risciacquava e si ripeteva l’operazione per quanto necessario. Nell’ultima ‘bollitura’ si aggiungevano anche delle scaglie di sapone o delle foglie di alloro e si lasciava raffreddare per tutta la notte. Il profumo di pulito era inconfondibile. Il quatarottu veniva usato anche per fare la salsa, ma questa è un altro affare di famiglia, un’altra storia.

I bianchi venivano inseriti nel cofanu, un recipiente di terracotta usato per la prima fase. In questo caso, serviva della cenere cernita, rigorosamente te ulia, avvolta da un telo grezzo di canapa o da un canovaccio di cotone tessuto al telaio su cui veniva versata con il vacaturu l’acqua, sempre più ‘bollente’, per otto/nove volte. Attenzione solo la cenere delle sarcine permetteva che il bucato risultasse bianchissimo, altre non garantivano il massimo candore dei panni. E visto che non si buttava via niente la “liscivia”, l’acqua che rimaneva, veniva usata dalle donne per lavarsi i capelli.

I panni più delicati, i pizzi e i merletti, si lavavano con lu lavaturu. Insomma, fare il bucato era tutta un’altra storia. Un cerimoniale familiare, scandito da ritmi precisi, che ha resistito fino a quando non sono arrivate le lavatrici.

Una volta puliti i panni venivano stesi e quando asciutti stirati con il ferro a carbone o con lo “scaldaletto”.

Curiosità. A volte le pile avevano lo stricaturo incorporato. Dato che si tratta di pezzi unici, realizzati a mano partendo da un blocco di pietra, alcune avevano degli scalini ricavati, scavando e scolpendo la roccia.

Tags: tradizioni-salentine
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