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Davide Urso in Romania. Il suo viaggio lo conduce nella capitale Bucarest

by Redazione
21 Gennaio 2018 10:22
in Attualità
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Aprire gli occhi e, dai finestrini umidi, scorgere alberi rigogliosi e uccelli canterini, senza che ci si renda subito conto di dove ci si trova, ci regala quella sensazione di spensieratezza, di tranquillità pura. Non devo pensare a nessuna obbligazione, nessun lavoro, nessuna commissione. Faccio ciò che voglio fare perché ne ho voglia. Mi sento libero. Come già scrissi il primo giorno di viaggio, mi sento di avere due libertà: quella di pianificare le mie giornate e quella di cambiare la pianificazione.

Decido, sicché, di proseguire verso Bucarest, perché lo voglio.

La strada proseguiva leggera, tra campagne, casette agricole, carri trainati dai cavalli, auto antiche e un paesaggio d’altri tempi, senza la minima ombra di industrie o modernità; ogni tanto un monumento di stampo socialista, ai quali ci sto facendo l’abitudine da quando sono entrato in Ucraina. La prima reazione alla capitale rumena è stata rendermi conto di quanto la loro lingua si assomigli all’italiano. Non a caso è un idioma derivante dal latino; a dire la verità me ne ero reso conto già in Moldavia, dove anche lì si parla il rumeno. Mi sentivo vicino alla mia patria, finalmente capivo qualcosa dall’osservare i cartelli pubblicitari e dalle chiacchiere dei passanti; non è che capissi più di tanto, ma qualche parola sparsa qua e là riuscivo a captarla.

Molti monumenti sono dedicati alla commemorazione della ribellione nei confronti della dittatura di Chaushesku del 1989, anno indimenticabile per la storia contemporanea, che vide la caduta pacifica di tutti i regimi sovietici, meno uno, quello rumeno appunto, terminato con la fucilazione del dittatore e della moglie. Avere tanto tempo libero significa anche avere la voglia di informarsi su ciò che ci circonda, quindi leggere articoli storici o guardare dei documentari sugli accadimenti che più ci interessano. Ho avuto il piacere di rispolverare la storia del comunismo e, in particolare, della dittatura rumena, anche perché da lì a qualche giorno sarei passato da Timisoara, la città dalla quale partì la rivolta popolare.

Passeggiavo per il centro, molto carino e piacevole da visitare, quando mi sono sentito attrarre da degli ombrelli che, ordinatamente, erano stati appesi tra gli edifici di una stradina e creavano una sorta di soffitto incantato. Il selfie era d’obbligo. Era l’occasione giusta per perdermi tra i vicoli, anziché continuare a visitare i viali, per poi sbucare nei pressi di un castello nel cui atrio trionfava il busto di Vlad, conte della Valacchia. “Il castello di Dracula!!” ho pensato; no, affatto, perché il suo castello si trova a Bran, un paese non molto distante. Quasi quasi, potrei andarci domani… chi lo sa.

Sempre nei vicoletti ho scovato una gelateria/frapperia/schifoseria (nel senso buono), con diversi tavolini sia fuori che dentro, sui quali vi erano solo mega frappè indecenti, con palle di cioccolato e cialde e biscotti e salsine e foglioline e noccioline…e tanti tovaglioli sporchi, perché come diamine si mangiava quel coso non so. Un uomo curioso deve rispondere a tali domande metafisiche, non può rimanere con il dubbio. Mi sono seduto e ne ho ordinato uno. Ovviamente, anche qui il selfie era d’obbligo.

In tutto questo tempo, tra un morso e un sorso, chattavo con una ragazza che avevo conosciuto tramite un’applicazione dedita a trovare nuove amicizie, abbiamo finito per darci appuntamento in una piazza non lontana. Assieme abbiamo visitato l’esterno del parlamento, famoso per essere l’edificio amministrativo più grande al mondo, quindi un parco stupendo, talmente stupendo che spero di fare in tempo a rivisitarlo domattina, con la luce del giorno.

Ci siamo salutati e ognuno a casa sua; per chi ce l’ha. Io mi accontento di Africa, il mio rifugio, il mio vettore. La mia amica.

Davide Urso

Tags: esperienze-di-viaggi
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