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‘La mente disordinata’ di Ugo Tapparini nelle parole della critica d’arte Maria Agostinacchio

by Redazione
1 Agosto 2017 16:44
in Cultura & Spettacoli
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“Mente disordinata” sembra una retrospettiva di Ugo Tapparini, in verità la cura di suo figlio Vittorio e dell’amico Enzo Scaramuzza, restituiscono un ritratto attuale dove è solo un accidente la mancanza in carne ed ossa dell’autore, perché il clima è di incessante e irridente vitalità. Non c’è un percorso privilegiato: allo spettatore il compito di cercare il filo di Arianna nel suo immaginario collettivo, salentino, vitale, musicale, narrativo, ipertrofico. Non abbiamo mai smesso di incontrare Ugo Tapparini nelle gallerie, nei salotti, nei locali, in luoghi non specifici per l’arte: è forse uno dei pittori più diffusi nelle collezioni private. Credo che il suo successo sia nella stessa fluidità con cui si dedicava alla narrazione e alla pittura “Ho una mente disordinata, però ho un callo sul dito medio, proprio dove poggia una penna o una matita”.
 
Le sue tele ribaltano in primo piano i soggetti, in uno spazio compresso e talvolta insufficiente a contenerli. Quasi una incessante appropriazione del vuoto, un ironico e dissacrante horror vacui  che uno sguardo superficiale può percepire come eminentemente decorativo: è al contrario una meditazione forse sarcastica, sicuramente disincantata su un mondo  in continua mutazione che trattiene, cristallizzandoli, capisaldi ancestrali. Ed ecco la teoria delle donne che giganteggiano nelle tele con seni abbondanti e accoglienti, figure anacronistiche di matriarche del Sud. E uomini che si riducono a piccoli ed insignificanti ominicchi, spesso con baffetti e berretti, stretti tra loro a farsi forza; ci ricordano quei crocicchi nei paesi in cui al passaggio di una donna tutti i maschi baffuti si serravano nell’approvazione collettiva. Il registro pittorico utilizza segni larghi, corposi e incisi, colori stesi a campiture, assorbiti dalla tela che scompare nelle stesure piatte e sovrapposte.
  
Non c’è il tempo della meditazione ma solo del coinvolgimento, come nei tanti artisti espressionisti che sicuramente Ugo Tapparini conosceva. Vittorio, suo figlio, pittore anche lui immerso nel colore, sottolinea il rapporto con l’avanguardia tedesca, che certamente Ugo conosceva, da cui però differisce per morbidezza solare ed opulenta. Gli oggetti, i fiori, i fiaschi, i tamburelli, gli animali, spingono sulle figure e si incuneano a connotare la scena. Come la scrittura procede per righi sovrapposti, così le immagini si leggono per filari che si snodano, procedendo in maniera bustrofedica.
  
Enzo Scaramuzza sottolinea proprio questa fascinazione del racconto, l’immaginifico fatto di pennelli e parole che legava il tempo al cavalletto, durante gli anni ’90, della collaborazione. Nota la sua biografia, così approfondita e densa di rapporti stimolanti, dal nonno Vittorio Pagano, a Leo Longanesi, Lucio Fontana, Piero Manzoni durante gli anni milanesi e Guttuso a Roma, al quartetto alternativo e irridente con Tonino Caputo, Edoardo De Candia e Antonio Massari, a cui di tanto in tanto si aggiungeva Carmelo Bene, per citare solo alcuni. Senza omettere le esperienze giornalistiche a “Telelecce Barbano” e “Pensiero Nazionale”, il giornale di Mattei, “Cooperazione Sud”, fino ai racconti stesi con pseudonimi.
  
Due mezzi, la penna e la matita, un solo registro comunicativo.
  
di Maria Agostinacchio
   
La mostra sarà visibile al Castello Carlo V di Lecce fino al 30 novembre dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 20.30, sabato e domenica e festivi dalle 9.30 alle 20.30; opere ad acquerello saranno esposte presso il Centro culturale Scaramuzza in via Libertini dal martedì alla domenica dalle 17 alle 20, e presso le due filiali FINECO in via Zanardelli e in piazza Mazzini.

Tags: mostre
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