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Manifatturiero, in Puglia segno meno ovunque. In tre mesi perse 277 attivitÃ

by Redazione
23 Agosto 2017 17:34
in Economia
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Il manifatturiero pugliese cede ancora terreno, ma quantomeno, se si vuol guardare il bicchiere sempre mezzo pieno, la caduta sembra rallentare. La fotografia emersa dalla quarta indagine congiunturale, condotta dal Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia su dati Unioncamere-Infocamere, fotografa una Puglia che cerca disperatamente di rialzare la testa, nonostante le difficoltà, nonostante quei numeri che, messi nero su bianco, danno l’idea di una regione che ancora ‘annaspa’ nel tentativo di uscire dalla crisi economica che manifesta ancora i suoi effetti.  
 
Dati alla mano, nell’ultimo trimestre, il periodo dunque compreso da gennaio a marzo 2015, si sono «perse» 277 attività manifatturiere, pari ad una flessione dell’1,6%. Il confronto tra passato e presente rende ancor più l’idea: ce n’erano 17.109, oggi sono 16.832. Rappresentano il 23,4 per cento della totalità delle imprese artigiane della Puglia (71.867). E purtroppo nessun settore è stato immune, ognuno a modo suo ha risentito tant’è che quel segno meno compare un po’ ovunque.  Nel complesso, gli indicatori congiunturali più rappresentativi dell’artigianato (produzione, ordinativi e fatturato) evidenziano segni negativi, con un netto peggioramento negli ultimi trimestri.
 
«Il monitoraggio effettuato dal nostro Centro Studi – commenta Francesco Sgherza, presidente di Confartigianato Imprese Puglia – evidenzia come la caduta del manifatturiero stia rallentando, anche se molto lentamente. Le imprese pugliesi patiscono l’onda lunga della crisi e non riescono a cogliere al balzo i segnali di ripresa che da inizio anno si stanno registrando nel resto dell’area euro. I settori in maggiore difficoltà si confermano quelli che, direttamente o indirettamente, soffrono della situazione del comparto edile. Per tutte quelle attività che non possono contare su una forte propensione all’export, invece, pesa particolarmente la perdurante stagnazione della domanda interna». A preoccupare di più come commenta lo stesso Sgherza è «il calo del settore alimentare, fino ad oggi quasi sempre una felice eccezione nelle classifiche regionali».
 
Scavando nel dettaglio sono 55 le fabbriche di prodotti in metallo chiuse pari ad un tasso negativo del l’1,8% (da 2.992 a 2.937). In flessione anche l’industria del legno, un settore che comprende imprese che svolgono attività molto diverse tra loro: da 1.727 a 1.684, cioè 43 unità in meno, pari al 2,5%. Quelle che si occupano di «confezioni di articoli di abbigliamento» sono 1.757, mentre prima erano 1.799; il saldo negativo è di 42 unità, pari al 2,3%. Stessa sorte e dunque stesso calo percentuale per le fabbriche di articoli in pelle che sono passate da 302 a 295. La variazione percentuale maggiore, però, si registra nel settore delle fabbriche di apparecchiature elettriche: meno 3,3 (da 183 a 177).
 
Le fabbriche di mobili (che rappresentano quasi tutte le tipologie: soggiorno, letto, cucina, ufficio, materassi, con una prevalenza per le poltrone e i divani) sono diminuite del 3% (da 640 a 621). Il saldo è negativo di 19 unità. L’industria tessile ha «perso» 13 imprese, con un tasso negativo del 2,6 per cento (da 499 a 486). Le fabbriche di «altri prodotti della lavorazione di minerali» sono diminuite del 2,3 per cento: da 1.107 a 1.081. Ce ne sono 26 in meno.
 
Le altre industrie manifatturiere si sono contratte, in media, dell’1,7 per cento (da 1.789 a 1.758). Questo settore è residuale rispetto ai precedenti e, di conseguenza, è molto variegato: le produzioni più significative sono quelle della lavorazione di minerali non metalliferi (vetro, ceramica, pietre) e della carto-tecnica (stampa e lavorazione della carta e del cartone). Da segnalare anche quelle della produzione di attrezzature mediche e dentistiche, delle lavorazioni di gioielleria e oreficeria, dell’installazione, manutenzione e riparazione di macchinari industriali.
 
Nonostante il quadro possa apparire “sconfortante” il contesto economico è positivo e, grazie ad un insieme di fattori, fra cui sicuramente la più aggressiva politica della BCE, questa primavera potrebbe essere la stagione giusta per l’inversione di tendenza.
 
«È necessario – conclude Sgherza – mettere le imprese manifatturiere, da sempre spina dorsale dell’economia locale, nelle condizioni di approfittare fino in fondo di questi segnali di miglioramento a livello europeo».

Tags: chiusura-attivita-commerciali
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