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Omicidio ambulante marocchino: condanna a 30 anni per l’ex pentito Marco Barba

by Angelo Centonze
24 Marzo 2018 12:05
in Cronaca
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tribunale-lecce-facciata

Il Tribunale di Lecce

Arriva la condanna a 30 anni per l’ex collaboratore di giustizia Marco Barba. Il gup Carlo Cazzella,al termine del giudizio abbreviato, ha ritenuto l’imputato colpevole di omicidio volontario. Al termine del processo, è “caduta” la contestazione dei futili motivi. Invece, in una scorsa udienza, il pubblico ministero Alessio Coccioli ha chiesto l’ergastolo per il 43enne di Gallipoli detto U’ Tannatu .

Marco Barba è invece assistito dall’avvocato Fabrizio Mauro.

Accolta, inoltre, la richiesta di patteggiamento ad 1 anno e 6 mesi per Rosalba Barba, assistita dal legale Amilcare Tana. La pena era stata già “concordata” con il pubblico ministero Alessio Coccioli.

I familiari dell’ambulante marocchino, intanto, si sono costituiti parte civile e il giudice ha disposto in loro favore una provvisionale. Sono assistiti, tra gli altri, dall’avvocato Luigi Pedone.

L’incidente probatorio

Ricordiamo che nel settembre scorso, Marco Barba, 43enne di Gallipoli detto U’ Tannatu ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dopo la chiusura delle indagini preliminari. L’ex pentito è accusato di aver ammazzato a sangue freddo Khalid Lagraidi, il 23 giugno del 2017, l’ambulante marocchino ritrovato in un contenitore metallico, in contrada ‘Madonna del Carmine’, alla periferia di Gallipoli.

L’accusa mossa a Marco Barba era di omicidio volontario, aggravato dai motivi abietti e futili e dalla premeditazione ed occultamento di cadavere. “U Tannatu” ha voluto parlare, ma non ha cambiato di una virgola la sua versione, già esposta nel corso dell’incidente probatorio.

Ha ucciso l’uomo per gelosia e in preda ad un attacco di ira dopo averlo sorpreso in atteggiamenti ‘intimi’ con la figlia Rosalba, la stessa che ha consentito di far ritrovare il corpo senza vita dello straniero, nonostante i tentativi di farlo sparire per sempre con oltre cento bottiglie di acido muriatico, versate sul corpo senza vita.

Avviso di conclusione indagini

Nell’avviso di conclusione delle indagini, emesso dal pubblico ministero Alessio Coccioli, compare anche il nome della figlia Rosalba Barba, 23enne gallipolina, che risponde dell’accusa di occultamento di cadavere in concorso con il padre.

«È stato mio padre a uccidere Khalid» ha raccontato Rosalba Barba, a fine gennaio, ai carabinieri della compagnia di Gallipoli guidati dal capitano Francesco Battaglia. La figlia, quando ha scoperto che sarebbe diventata presto mamma, ha deciso di raccontare tutto. Non solo, ha personalmente accompagnato i militari in quella pineta che, per mesi, aveva custodito il corpo senza vita dell’ambulante 41enne.

La donna ha ricostruito gli ultimi istanti di vita dello straniero: da quando è caduto nella ‘trappola’ messa a punto per convincerlo ad andare con loro da Lecce a Gallipoli, a quando il padre – a cose fatte – l’ha costretta a nascondere il cadavere nel bidone per carburanti, di colore verde, diventato una bara improvvisata. Ha fatto male i conti, Marco Barba. Pensava che cento bottiglie di acido muriatico versate sul corpo senza vita del giovane marocchino sarebbero bastate a farlo sparire per sempre, ma il terriccio e il cemento versato nel fusto per ‘chiudere’ tutto hanno in qualche modo ‘conservato’ e protetto la salma.

Non è stata soltanto la figlia ad incastrare Tannatu, il «dannato» aveva descritto con minuzia di particolari il brutale assassino nelle conversazioni in carcere con la moglie e con la mamma in cui si è “tradito” rilevando particolari che nessuno poteva sapere, se non chi lo aveva commesso con le sue mani. Ha provato a convincere i familiari a ‘difenderlo’, ha tentato anche di far cambiare versione a Rosalba prima dell’incidente probatorio suggerendole, anzi minacciandola di coinvolgere una terza persona nell’omicidio, il suo fidanzato, estraneo completamente alla vicenda.

Tags: omicidi
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