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Luigi Calabresi, l’omicidio del Commissario che rischiava di restare senza colpevoli

by M.M.
17 Maggio 2024 16:02
in Attualità
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Il suo era un nome che scottava, che non si pronunciava senza un certo disagio. Quello di Luigi Calabresi, Commissario negli anni di piombo, era un nome destinato a rimanere nella storia. Un nome che, ancora oggi, fa discutere, che divide.

Un ritratto di Luigi Calabresi lo fa Marcello Veneziani nella prefazione del libro «Gli anni spezzati. Il commissario» firmato dal giornalista e storico Luciano Garibaldi, da cui è stata tratta la fiction andata in onda su Rai1. «Il ritratto di Luigi Calabresi è un ritratto in piedi. Un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d’ordine. Un’espressione antica, terribilmente démodé, le compendiava tutte: «servitore dello Stato». Così si definiva. E chi fa una smorfia d’insofferenza per un’espressione antiquata e retorica, ripensi con rispetto che a quella definizione Calabresi restò fedele fino alla morte. Tutto per 270mila lire mensili, uno stipendio medio per quei tempi, che a Milano con famiglia a carico non consentiva una vita agiata».

Nessuno può dire se il destino che ha segnato la vita e soprattutto la morte di Luigi Calabresi sia dovuta alla sua personalità: laureato in legge con una tesi sulla mafia e con un fervente senso religioso – «sono nelle mani di Dio» diceva spesso – un ragazzo ligio e preparato che alla carriera forense preferì quella nella Polizia, spiegando agli amici di non sentire «la vocazione del magistrato né dell’avvocato». O, piuttosto, sia dovuta al clima in cui ha vissuto, uno dei periodi più bui (destinato a rimanere tale) di una storia italiana che non riesce a trovare la strada della verità, una verità che sia accettata.

Strage di piazza Fontana. Il caso Pinelli

Per raccontare la storia di Luigi Calabresi tocca fare un passo indietro, bisogna partire dalla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli e ancor prima dalla strage di piazza Fontana. Una la data da ricordare: il 12 dicembre 1969. L’orologio aveva da poco segnato le 16:37, quando una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano. 17 morti, 88 feriti: una strage.

Pochi minuti dopo, alle 16:55, toccò alla Capitale. Una seconda bomba esplose a Roma nei pressi della Banca Nazionale del Lavoro: 13 feriti. Altre due bombe esplosero sempre a Roma tra le 17:20 e le 17:30, all’Altare della Patria in piazza Venezia: 4 feriti. Lo stesso giorno venne trovata un’altra bomba, fortunatamente inesplosa, nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana. Cinque attentati, tutti nello stesso giorno, tutti concentrati in un lasso di tempo di soli 53 minuti.

Erano stati i gruppi politici estremisti o almeno in quella direzione si orientarono le indagini: furono fermate 80 persone, tra queste ottanta c’era anche il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli.

A convocare Pinelli, intorno alle 18.00, è proprio Luigi Calabresi, all’epoca commissario di polizia addetto alla squadra politica della questura di Milano. Aveva 32 anni. Che cosa accadde nei tre giorni successivi nessuno lo ha mai saputo dire con esattezza. Si fumava, si fumava tanto, si fumava come turchi ma poi? Tre giorni dopo, il 15 dicembre 1969, intorno alla mezzanotte, il ferroviere 41enne “cadde” dal balcone della stanza nella quale lo stavano interrogando.

La prima versione parla di «suicidio». Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra perché durante l’interrogatorio non era riuscito a fornire un alibi valido. Non era andata proprio così, come al solito lo si capirà dopo, molto dopo. Poi il caso fu archiviato prima come «morte accidentale», in seguito come «malore attivo». I Modena City Ramblers avrebbero poi cantato: “Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze / e anarchici distratti cadere dalle finestre”. Dario Fo portò a teatro “Morte accidentale di un anarchico”.

Giuseppe Pinelli morì da innocente. Proprio per questo toccava trovare un «colpevole». E quel colpevole per la sinistra italiana e per il movimento di Lotta Continua era Luigi Calabresi, nonostante avesse sempre dichiarato di non essere stato nemmeno presente nella stanza al momento della caduta e della conseguente morte. Ma non fu soltanto Lotta Continua a puntare il dito contro il commissario.

Impossibile dimenticare il ‘manifesto’ pubblicato sull’Espresso, quella lettera aperta che accusava, ingiustamente, Luigi Calabresi di essere il “responsabile” della morte di Giuseppe Pinelli firmata da tanti volti noti tra cui Franca Rame e Dario Fo. 757 tra intellettuali, politici, giornalisti e artisti.

Il resto è cronaca di quegli anni.

L’omicidio

Luigi Calabresi era stato lasciato da solo, da tutti. Il 3 novembre 1971 annotò su un foglio di giornale che lo stavano seguendo «3.11.71. Mi pedinano. Due giovani. Rilevato targa mia vettura».

Possedeva una piccola pistola automatica, una Beretta 6,35, ma la teneva nascosta sotto le camicie, in un cassetto del comò a casa. Un giorno, la moglie Gemma, che non la vide più lì, gli chiese: “Dov’è finita la pistola?”. Calabresi gli rispose che l’aveva in ufficio. “Perché non la tieni indosso come i tuoi colleghi?”, gli domandò. “No, non la porto perché non avranno mai il coraggio di spararmi guardandomi negli occhi. Se mai decidessero di spararmi lo faranno alle spalle. E allora, avere una pistola non mi servirebbe a niente”. Così fu. Gli spararono. Due colpi di pistola lo colpirono, uno alla nuca e l’altro alla schiena. Era il 17 maggio del 1972. Il giovane Commissario lasciò due figli piccoli e la moglie in attesa di un terzo.

Secondo alcune testimonianze il killer è un uomo giovane, alto, a volto scoperto. Dopo aver sparato con una pistola a canna lunga, nascosta sotto un giornale, ha attraversato la strada, è salito su una Fiat 125 blu e si è dileguato nel traffico. Calabresi si accasciò in fin di vita per terra, in una pozza di sangue. La corsa al pronto soccorso dell’ospedale San Carlo, fu inutile. Morì alle 9.37.

Il 18 maggio 1972, Lotta Continua titolava così: “Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio Pinelli”.

I colpevoli

Per molti anni la morte del Commissario è stata un omicidio senza colpevoli. Tocca aspettare il 1988, sedici anni dopo, per riaprire il caso. Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confessa di aver partecipato all’agguato. E fa nomi e cognomi. Indica Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti. Il giovane alto, fuggito, era Ovidio Bompressi, esecutore materiale dell’omicidio. Il suo ruolo era da autista. Quel giorno era al volante della Fiat 125, pronto a fuggure.

Il lungo iter giudiziario si concluse con condanne per tutti in via definitiva.

Tags: strage-di-piazza-fontanauna-data-una-storia
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