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Porta San Biagio, dove Lecce ti accoglie con un cuore di pietra

by Redazione
22 Febbraio 2026 10:39
in Viaggi & Itinerari
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Claudio De Marco

Claudio De Marco

Nel cuore della Lecce antica, dove le strade si stringono in abbracci di pietra dorata e il sole bacia le facciate barocche, sorge maestosa Porta San Biagio. Non è solo una porta, una delle quattro che sorvegliava gli ingressi in città: è una custode silenziosa di secoli di storia, testimone del tempo, uno scrigno di racconti che intrecciano passato e presente.

Fu chiamata così perché era stata costruita all’ombra della vicina cappella medievale dedicata a San Biagio, il vescovo che, secondo la leggenda, aveva vissuto a Lecce prima di partire per l’Armenia a causa delle persecuzioni. Già in epoca normanno-sveva, questa varco rappresentava un punto nevralgico: da qui i leccesi uscivano per passeggiare verso Torre del Parco, la sontuosa residenza nobiliare del principe Giovanni Antonio Orsini del Balzo, ultimo duca della città. Un asse, quello tra Porta e Torre, un tempo alberato e sacro, che celebrava la devozione al santo.

Costruita nel 1774 su disegno dell’architetto Emanuele Manieri per volere del governatore di Terra d’Otranto Tommaso Ruffo, come è scritto nero su bianco sull’epigrafe latina posta a coronamento, Porta San Biagio sorge sulle rovine di una porta più antica voluta, da Carlo V. Sembra che, durante i lavori di ricostruzione, fu danneggiata la vicina cappella, condannata al crollo nel 1840.

Imponente, severa, classica, sulla porta si possono notare tre stemmi scolpiti nel basamento: quello araldico dell’imperatore Ferdinando IV di Borbone e due simboli della città di Lecce – la Lupa sotto il leccio. Ma è nella parte superiore che lo sguardo si perde: volute barocche, festoni vegetali e la statua di San Biagio con il suo libro, simbolo di fede e conoscenza, dominano il fastigio centrale, affacciandosi come a benedire chi entra e chi esce.

Una passeggiata tra fede, bellezza e memoria

Un’epigrafe in latino, incisa sotto la statua, racconta con orgoglio l’origine di questa costruzione, realizzata con il contributo della comunità e voluta da Tommaso Ruffo, Governatore di Terra d’Otranto. È una dedica che rivela quanto questa porta fosse sentita come un’opera del popolo, un sogno divenuto realtà.

Dio ottimo e massimo. Leccesi e non avevano a lungo desiderato una Porta pari alla bellezza della citta’. Finalmente per interessamento di Don Tommaso Ruffo, nobile di questo regno, governatore della Provincia e comandante delle guarnigioni delle fortezze dell’invitto Ferdinando IV, Don Oronzo Nicola Prato illustre tanto per natali che per valore, per due volte sovrintendente della patria, con denaro pubblico costrui’ nell’anno del Signore 1774 (questa porta) e fece apporre una statua di S.Biagio, protettore della stessa.

Attraversare Porta San Biagio è come varcare la soglia tra due mondi: da un lato la storia millenaria di Lecce, fatta di santi, duchi e pietra viva; dall’altro la vitalità della sua gente, dei giovani, dei turisti, delle coppie che si danno appuntamento sotto l’arco per iniziare la loro serata nel centro storico.

Curiosità: una strada sacra dedicata a San Biagio

Forse pochi sanno che anticamente una strada alberata collegava le due cappelle dedicate a San Biagio: quella nei pressi della porta e quella vicino alla Torre del Parco. Era un vero e proprio percorso devozionale, celebrativo, che nel Cinquecento divenne una delle passeggiate extraurbane più amate dai leccesi. Un luogo dell’anima, oggi scomparso, ma vivo nella memoria della città.

Porta San Biagio è un luogo di passaggio, ma anche di ritorno. Perché Lecce ha questa magia: ti chiama, anche quando sei lontano. E la porta, allora, non è solo un ingresso. È un abbraccio, una promessa, un “bentornato” scolpito nella pietra.

Oggi, tra i passi dei turisti e il ritmo della vita moderna, Porta San Biagio continua a vegliare sulla città, ricordando a tutti che Lecce non è solo un luogo, ma un sentimento. E che ogni porta, se varcata con il cuore, può diventare casa.

immagine di copertina Claudio De Marco

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