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Presunta tangente al figlio del Presidente del Consiglio di Squinzano, l’imprenditore Lagalla si difende in aula

by Angelo Centonze
23 Agosto 2017 12:52
in Cronaca
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Nessuna tangente, ma solo la restituzione del denaro che il cugino gli aveva prestato.

Si è "giustificato" in questa maniera, l’imprenditore Lino Gabriele Lagalla nel processo con rito abbreviato, dinanzi al gup Michele Toriello. Il difensore di Lagalla,  l'avvocato Antonio Savoia, aveva chiesto l'ascolto dell'imputato. Il 48enne imprenditore squinzanese è accusato di abuso d’ufficio, così come l’allora Presidente del Consiglio Comunale Fernanda Metrangolo ed il figlio Carlo Marulli (rispettivamente zia e cugino di Lagalla). Il 48enne imprenditore squinzanese ha chiarito la presunta dazione di denaro di 2.409 euro, al cugino. Lagalla ha affermato che aveva ricevuto, tramite assegno, un prestito da Marulli perché in quel periodo versava in difficoltà economiche, ma in seguito gli avrebbe restituito il denaro.
 
Invece, secondo la tesi della Procura, la Metrangolo, all’epoca Presidente del Consiglio Comunale, avrebbe fatto approvare dall’Assise una delibera che iscriveva come "fuori bilancio" il debito del nipote, consentendo così all’imprenditore di ottenere il denaro in poco tempo, per alcuni lavori eseguiti nel 2009. Lagalla, a sua volta, avrebbe "ringraziato" con una tangente da circa 2.500 euro, versata a Marulli.
 
Fernanda Metrangolo e Carlo Marulli (la sua posizione è stata stralciata e verrà giudicato in un altro procedimento ), sono difesi dall'avvocato Francesca Conte, mentre il boss squinzanese Antonio Pellegrino è assistito dall'avvocato Elvia Belmonte. I tre hanno scelto l'abbreviato " secco".
 
Gli altri due imputati, l’ex sindaco di Squinzano Gianni Marra e Roberto Schipa, all'epoca comandante della Polizia Municipale hanno scelto di essere giudicati con l'abbreviato condizionato all'ascolto di alcuni testimoni. Questi sono difesi dagli avvocati Paolo Spalluto e Giuseppe De Luca.
 
L'inchiesta è coordinata dai sostituti procuratori Giuseppe Capoccia e Guglielmo Cataldi. Secondo la tesi della Procura. Marra e Schipa, avrebbero agevolato il boss squinzanese Antonio Pellegrino ad ottenere un alloggio popolare, superando tutti in graduatoria. Ciò sarebbe avvenuto ‘grazie’ ad una relazione falsa redatta dal Comandante dei vigili urbani in cui si certificava che la mamma di Pellegrino, in cura presso il Centro di Igiene Mentale, viveva con il figlio in un condizioni disagevoli.
 
Gli inquirenti ritengono che l'allora Sindaco fosse a conoscenza di quale fosse la reale situazione e avesse così ‘requisito’ una delle case per darla a Pellegrino.
 
Gli imputati rispondono a vario titolo ed in diversa misura, dei reati di abuso d’ufficio, corruzione in atti d’ufficio, falso ideologico e materiale. Nella prossima udienza fissata per l'11 gennaio si terrà la discussione in aula e subito dopo dovrebbe essere emessa la sentenza.
 
Tutti gli imputati risultavano già indagati nell’operazione “Vortice Dejà-vù”, ma la Procura decise di aprire un fascicolo a parte incentrato sui presunti rapporti tra mafia e politica nel Comune di Squinzano.
 
Fernanda Metrangolo venne rimossa nell'aprile scorso  dalla carica di consigliere comunale di Squinzano, a seguito del decreto a firma del ministro dell’Interno Angelino Alfano. Una connivenza" mafiosa" fu rilevata durante la campagna elettorale delle elezioni del 26 e del 27 maggio del 2013. La relazione finita sul tavolo del ministro  fa  riferimento anche all’inchiesta sull'abuso di ufficio di cui rispondono i cinque imputati.

Tags: tangenti
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