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Ex bancario freddato a colpi di pistola durante una rapina. Chiesto l’ergastolo per il 31enne ritenuto autore dell’omicidio

by Angelo Centonze
14 Giugno 2024 13:07
in Cronaca
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La Procura invoca la condanna all’ergastolo per il presunto autore materiale dell’omicidio dell’ex bancario Giovanni Caramuscio, freddato con due colpi di pistola, il 16 luglio del 2021, nei pressi dello sportello bancomat a Lequile.

In mattinata, presso l’aula bunker del carcere di Borgo San Nicola, si è tenuta la requisitoria del sostituto procuratore Alberto Santacatterina, dinanzi ai giudici della Corte d’Assise (presidente Pietro Baffa, a latere Maria Francesca Mariano e giudici popolari), al termine della quale è stata chiesta la pena del carcere a vita per Paulin Mecaj, 31enne di origini albanesi, ma residente a Lequile. Il pm ha invece invocato 22 anni di reclusione per Andrea Capone, 28enne originario di Tricase, anch’egli residente a Lequile. Entrambi rispondono dei reati di omicidio aggravato, rapina e porto abusivo di arma.

Il pm ha ricostruito un’aula, anzitutto, le varie tappe del grave fatto di sangue. Sottolineando che si è trattato di un omicidio commesso nell’atto di compiere una rapina. Sul banco degli imputati come detto compaiono: Paulin Mecaj, assistito dall’avvocato Stefano Prontera e Andrea Capone difeso dagli avvocati Raffaele De Carlo e Maria Cristina Brindisino. Prima della requisitoria del pm, si è tenuto l’esame dei due imputati. Entrambi hanno sostanzialmente confermato quanto riferito in due lettere depositate nel corso del processo ed hanno chiesto perdono alla famiglia della vittima. In particolare, Mecaj ha sostenuto che non era sua intenzione uccidere l’ex bancario e che gli è scappato il colpo di pistola. Ma il pm ha sottolineato nel corso della requisitoria che durante i colloqui intercettati in carcere, i due imputati non hanno dimostrato alcun pentimento per l’omicidio. Inoltre, le dichiarazioni rese oggi in aula sarebbero inattendibili.

Erano presenti oggi in aula i familiari di Giovanni Caramuscio, 69 anni di Monteroni, che si sono già costituiti parte civile con l’avvocato Stefano Pati. Il legale ha discusso oggi in un’aula sottolineando la loro grande voglia di giustizia.

Nella prossima udienza fissata per il 6 dicembre discuteranno i legali dei due imputati e successivamente è prevista la sentenza della Corte d’Assise.

Invece, in una udienza precedente è stato ascoltato un testimone chiave. Il giovane ha confermato quanto già detto ai carabinieri. Intorno alle 23, vide un individuo addentrarsi nella campagna con una busta, per poi perderlo di vista nei pressi di un pozzo. Dopo qualche minuto, avrebbe rivisto l’uomo, ma senza niente in mano, ritornare in strada. Grazie alle dichiarazioni del giovane, i militari risalirono a Paulin Mecaj e recuperarono la busta che conteneva alcuni indumenti corrispondenti a quelli utilizzati durante la rapina sfociata in omicidio.

Sempre nel corso del processo, è stato ascoltato il medico legale Alberto Tortorella. Ha riferito che la vittima venne colpita da due colpi di arma da fuoco sparati a distanza ravvicinata, uno dei quali si rivelò fatale, poiché lo raggiunse al cuore. Non solo, poiché il medico legale nel corso dell’autopsia notò anche delle ferite sul volto della vittima, presumibilmente inflitte con il calcio di una pistola, quando Caramuscio si trovava già riverso a terra.

Le fasi dell’omicidio

Mecaj è ritenuto l’autore materiale dell’assassinio di Giovanni Caramuscio. Ricordiamo, inoltre, che i carabinieri hanno rinvenuto nella sim del suo cellulare quattro foto “sospette”, mandate ad un amico. In una di esse è ritratta una pistola conservata nella custodia. Le altre mostrano, invece, il caricatore ed i proiettili. Inoltre, è stato inviato un video che lo ritrae mentre si esercita con una pistola. Non solo, poiché nelle ore successive all’omicidio, una parente dell’uomo, ascoltata dagli inquirenti, ha dichiarato: “mentre stavo riordinando nella stanza dove dorme Paulin, ho notato che sotto il cuscino vi era una pistola di colore nero”.

Oltre a Mecaj, risponde di omicidio in concorso anche il presunto complice, Andrea Capone. Quest’ultimo sarebbe stato incastrato da una felpa e dall’esame del telefonino in uso a Mecaj, poiché sarebbe risultato che l’utenza intestata a Capone veniva ripetutamente contattata nei giorni precedenti alla rapina. I due si sono avvalsi della facoltà di non rispondere nel corso dell’udienza. Il gip ha poi convalidato il fermo e confermato il carcere per entrambi. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame che lo ha rigettato.

Tags: omicidi
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