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Si toglie la vita in carcere, il nipote: ‘Era stato lasciato solo da tutti, moglie compresa’

by Redazione
1 Agosto 2017 16:12
in Attualità
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Una regola non scritta del giornalismo vuole che di fronte ai casi di suicidio sia preferibile la strada del silenzio. Non soltanto perché sarebbe difficile trovare le parole giuste per raccontare la scelta di una persona di compiere un gesto così estremo pur di scrivere la parola fine al dramma che sta vivendo, ma anche e soprattutto per evitare ai familiari e ai parenti della vittima, già provati per la perdita di un proprio caro, altro inutile dolore. Solitamente non se ne parla, tranne in casi “eccezionali” in cui prevale il diritto/dovere di cronaca.
 
 Accade, ad esempio, che siano le madri, le mogli e le sorelle a chiedere chiarezza o quando chi ha deciso di togliersi la vita lo fa nella cella di un carcere. E allora, a nostro avviso, bisogna parlarne, soprattutto se serve ad evitare che si ripetano drammi simili. È stato per questo che abbiamo riportato la notizia della morte del 38enne di Campi Salentina che a Borgo San Nicola stava pagando il suo conto con la giustizia per aver commesso alcuni reati legati al mondo della droga. L'uomo è stato ritrovato disteso sul letto con un sacchetto in testa e una piccola bombola di gas usata per alimentare un fornelletto da campeggio. Suicidio, è stato detto, senza per questo voler escludere altre ipotesi. La Procura, intanto, ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia sulla salma per chiarire le reali cause del decesso.
 
La prima a non accettare in toto la pista del suicidio è stata la moglie dell’uomo M.D.S. (queste le sue iniziali) che in uno sfogo con la nostra redazione aveva espresso seri dubbi sulle modalità con cui il marito avrebbe deciso di farla finita. Senza contare che, a suo dire, il 38enne non avrebbe mai manifestato simili intenzioni. E noi lo avevamo raccolto, come facciamo spesso quando pensiamo di dare spazio a chi, altrimenti, non avrebbe canali per far sentire la sua voce.
 
Oggi però dobbiamo fare un passo indietro ed ascoltare altre parole. In redazione è giunta la testimonianza del nipote dell’uomo che ci ha chiesto di raccontare la sua versione dei fatti per rispetto in primis della memoria di chi nonostante abbia sbagliato e sia morto “privo di ogni diritto e dignità” merita di “riposare in pace”, ma anche per i familiari che piangono per la sua scomparsa.
 
«Non ci stiamo – dice Alessandro – che la donna che si spaccia per sua moglie passi come la paladina che difende il marito ed attacca il carcere. Desideriamo che la verità emerga perché vorrei che la quiete che mio zio non ha trovato in terra da vivo, la trovi almeno da morto».
 
Senza entrare nel merito di vicende che attengono alla sfera di una famiglia, stretta o allargata che sia, Alessandro vuole far capire che suo zio, prima di essere un detenuto, era un uomo che ha commesso degli sbagli a cui stava cercando di rimediare. Scontando la pena per aver commesso degli errori: «Mauro ha perso la madre a 17 anni ed è rimasto da solo con il padre che con la morte della moglie aveva cominciato a lasciarsi lentamente andare. È stato in quel momento che ha cominciato a frequentare amicizie sbagliate con cui ha commesso qualche furto ed ha iniziato ad assumere sostanze stupefacenti».
 
E tentando di risolvere i problemi con la moglie, anzi ex moglie da cui – ci racconta Alessandro – ha avuto due figli. Un maschio «che gli assistenti sociali gli hanno tolto perché ritenevano la coppia e l'ambiente non adatti alla crescita del piccolo». E una femmina che «amava sopra ogni cosa».  «Mauro – continua –  era un buon papà».
 
«La signora che ora piange il defunto ex marito e non marito – si sfoga –  lo piange dopo averlo abbandonato in carcere. Per questo vorrei che il giornale possa dare voce a chi ha veramente diritto di piangere il proprio caro». 

Tags: suicidi-nelle-carceri
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