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Sacra Corona Unita, pizzini dal carcere di massima sicurezza per dare “ordini”. Progettavano anche ‘vendette’

by Redazione
17 Maggio 2018 14:23
in Cronaca
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Dalla cella nel carcere di massima sicurezza erano riusciti a ricostruire un “agguerrito gruppo criminale” pronto ad eseguire gli ordini dei boss contenuti nei pizzini. Direttive impartite anche utilizzando un cellulare introdotto fraudolentemente in carcere che i complici in libertà eseguivano alla lettera. Una organizzazione mafiosa in piena regola smantellata alle prime luci dell’alba, quando fiancheggiatori, affiliati ed esponenti di spicco di una frangia della Sacra Corona Unita attiva nel territorio di Brindisi, Tuturano e Mesagne sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip Carlo Cazzella. Dodici in tutto le persone indagate nell’operazione ribattezzata non a caso «oltre le mura».  Il reato contestato è di associazione a delinquere di tipo mafioso.

I nomi

Raffaele Martena, 32 enne di San Pietro Vernotico è considerato il deux ex machina del nuovo clan insieme ad Antonio Campana, 39enne. I due detenuti fornivano agli appartenenti del clan le disposizioni da adottare sul territorio.

Ma a finire nei guai sono anche Igino Campana, 53enne di Mesagne; Ronzino De Nitto, 43enne promotore della cellula criminale di Mesagne; Mario Epifani, 37 enne di Brindisi considerato “autista e uomo di fiducia” di Jury Rosafio, 41enne incaricato, tra le altre cose, di mantenere i rapporti con i clan attivi nella provincia di Lecce. Epifani era autorizzato a riceve le comunicazioni di Raffaele Martena dal Carcere da diffondere poi agli altri associati esattamente come faceva Igino Campana, nipote di Antonio che aveva contatti con gli “uomini liberi” a cui passava le istruzioni.

E ancora Fabio Arigliano, 47enne di Brindisi, Enzo Sicilia, 33enne di Mesagne, Andrea Martena, 32 enne di Brindisi, Andrea Polito, 29enne di San Pietro Vernotico e Vincenzo Polito, 33 enne di San Pietro Vernotico. Infine, Nicola Magli, 38 enne di Brindisi.

Tre (Raffaele Martena, Antonio Campana e Nicola Magli) erano già detenuti in carcere. Gli altri sono stati arrestati e condotti presso l’istituto penitenziario. Per tutti è stata contestata anche l’aggravante di appartenere ad un’associazione armata.

I progetti della mafia

«Tutto ciò che c’è nel nostro territorio ce lo dobbiamo prendere», recita un messaggio che fa capire bene le intenzioni del clan che, per controllare il territorio, non disdegnava l’uso di metodi intimidatori tranne nei confronti dei gruppi malavitosi delle province vicine ‘protette’ da un patto di non belligeranza. Era prevista la possibilità di ricorrere ad atti di violenza nel caso in cui qualcuno non rispettava le regole. Oltre ai classici interessi criminali, come estorsioni e spaccio di sostanza stupefacente core business del clan, l’attività del gruppo si concentrava sull’imposizione di guadagni nei settori della pesca e della gestione dei parcheggi.

Dalle indagini sono emersi anche un progetto di fuga e un piano di vendetta architettato da uno dei promotori dell’organizzazione criminale nei confronti del P.M. che, in passato, lo aveva indagato e fatto condannare all’ergastolo.

Il piano di fuga

Per fuggire dal Carcere, il recluso era entrato a far parte di una compagnia teatrale formata da detenuti. È stato proprio durante una rappresentazione che è entrato in possesso di un particolare filo, il cosiddetto capello d’angelo, che gli avrebbe permesso di segare le sbarre e tentare l’evasione.

Il filo diamantato era nascosto in una cintura, indossata da un familiare autorizzato all’ingresso nel penitenziario per un colloquio. Per superare il metal detector, il complice avrebbe tolto la cintura per superare il controllo. E così è stato.

Tags: sacra-corona-unita
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