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Strage della Circonvallazione, un favore tra boss lascia sull’asfalto quattro innocenti

by Redazione
16 Giugno 2024 11:20
in Cronaca
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La Sicilia ha “conosciuto” le lacrime e il sangue ancor prima della strage di Capaci e via d’Amelio in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 1982 fu un anno nero, l’anno in cui la mafia uccise il segretario regionale del Partito comunista italiano, Pio La Torre, ‘ammazzato’ insieme al suo agente di scorta Rosario Di Salvo, l’anno della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Due omicidi eccellenti che hanno scritto una pagina triste e dolorosa della storia, ma ci furono altre morti firmate da Cosa Nostra come la strage della circonvallazione, nel tratto denominato via Ugo La Malfa.

Era il 16 giugno 1982. Quel giorno un commando di sicari, armati di kalashnikov, spezza la vita di cinque persone. L’obiettivo era un boss catanese, Alfio Ferlito,, personaggio di spicco di Cosa Nostra, ma a bordo di una Mercedes, c’erano anche tre carabinieri, Silvano Franzolin, Luigi Di Barca e Salvatore Raiti, e un autista, Giuseppe Di Lavore che quel giorno di inzizio estate aveva sostituito il padre. Furono massacrati per vendetta, per un favore che i «corleonesi» di Totò Riina avevano fatto al loro alleato, Nitto Santapaola. Passò alla storia come la strage della circonvallazione.

La strage della Circonvallazione: una ferita ancora aperta

Le lancette dell’orologio avevano da poco segnato le 10:00 del 16 giugno 1982, quando la Mercedes fu bloccata poco prima dello svincolo per l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo da due auto. La pioggia di proiettili non ha lasciato scampo. L’autista, morto sul colpo, ha perso il controllo della vettura che, dopo aver sbandato e invaso la corsia di marcia opposta, si è scontrata contro una Fiat 500 che passava di lì per caso. Il capo Scorta, Franzolin, riuscì ad uscire dall’auto impugnando la pistola nel tentativo di rispondere al fuoco, ma venne freddato all’istante. Quando una telefonata anonima indirizza gli uomini in divisa sul posto, la scena racconta di una tragedia. La Mercedes distrutta dai colpi d’arma da fuoco, un’altra danneggiata e, a pochi chilometri dal massacro, altre due, rubate a Palermo qualche mese prima e usate nell’agguato, avvolte dalle fiamme per cancellare le tracce.

Le indagini

Le prime indagini sulla strage partirono dalle dichiarazioni di un pregiudicato siracusano, Armando Di Natale che si era approppriato di metà del carico di hashish destinato al suo “compare” Nunzio Salafia, pericoloso boss della provincia di Siracusa. Temendo l’inevitabile vendetta , aveva deciso di presentarsi negli uffici della Squadra mobile di Palermo, dove aveva iniziato a parlare. Dichiarazioni che avevano condotto gli uomini del commissario Beppe Montana a scoprire il covo di Salafia a Lentini. Dopo alcuni giorni, Di Natale, che aveva fatto nomi e cognomi, fu assassinato in un agguato mentre tentava di fuggire in Francia.

Non tutti i ‘misteri’ su quella strage sono stati risolti. C’è chi, nonostante gli anni, rimasto senza volto e senza nome, ma avuto un ruolo determinante. Chi fu la talpa che informò Riina e compagni che quel giorno il boss Alfio Ferlito, detenuto a Enna, doveva essere trasferito nel carcere di Trapani non è mai stato scoperto. Il traditore aveva già passato altre informazioni su Ferlito che doveva essere trasferito in treno e non in automobile, come poi avvenne. Anche in quel caso aveva fornito orari e dettagli che non avevano ‘preoccupato’ Cosa nostra perché quell’omicidio doveva essere compiuto a qualunque costo, anche in un luogo dove per i killer sarebbe stato più difficile agire.

Quel giorno il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, davanti ai suoi carabinieri uccisi, trattenne a stento le lacrime. Lo stesso destino era stato riservato a lui. L’ex generale fu ucciso il 3 settembre, insieme alla moglie Emmanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo.

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