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Alla stazione di Bologna l’orologio segna ancora l’ora della strage: le 10.25 del 2 agosto 1980

by M.M.
2 Agosto 2025 8:04
in Attualità
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C’è un orologio che segna le 10.25 dal 2 agosto 1980. Si trova nell’ala ovest della stazione ferroviaria di Bologna. Da 39 anni è lì a ricordare l’ora esatta in cui una bomba a tempo provocò una strage, tra le più sanguinose che la memoria ricordi. In quel bagaglio abbandonato nella sala d’aspetto della seconda classe erano nascosti ben 23 chili di tritolo. Una tragedia che rimarrà impressa nelle lancette ferme del grande orologio che faceva affrettare il passo ai viaggiatori in ritardo.

Il bilancio dei morti fu drammatico. 85 persone in procinto di partire per le vacanze persero la vita in una calda mattina di agosto: la più piccola è Angela Fresu, aveva appena 3 anni. Poi c’è Luca Mauri di sei, Sonia Burri di sette, e via via fino a Antonio Montanari, il più anziano, che di anni ne aveva 86. Stava aspettando l’autobus sul marciapiedi davanti alla stazione.

Il numero dei feriti toccò quota 200. A causa della violenta deflagrazione un’intera ala della stazione, gremita sin dalle prime ore del mattino, crollò investendo in pieno il treno Ancona-Basilea in sosta al primo binario e il parcheggio dei taxi antistante. Restava ben poco: solo un cumulo di macerie.

Una delle pagine più drammatiche della storia italiana, una tragedia rimasta per anni un mistero, un caso tuttora pieno d’interrogativi. Dopo il boato, sulla città è calato il silenzio squarciato dal ‘rumore’ delle sirene dei vigili del fuoco, delle forze dell’ordine e delle ambulanze.

Pochi, sostando in piazza Medaglia D’Oro, conoscono il vero motivo di quell’orologio “non funzionante”. Pochi sanno perché a Bologna il tempo si è fermato alle 10.25. Pochi sanno come reagì con orgoglio quella città improvvisamente ferita senza un perché: molti cittadini prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono a scavare ininterrottamente, giorno e notte, per estrarre le persone sepolte dalle macerie. Pochi sanno che molti tra medici e personale ospedaliero, al fine di prestare le cure alle vittime dell’attentato, fecero ritorno a Bologna dalle ferie. La lapide con l’elenco di nomi, cognomi ed età di tutte le vittime non basta a spiegare ai viaggiatori di passaggio cosa realmente sia successo quella mattina d’estate.

Il bus 37

Pochi sanno che l’autobus 37 divenne, insieme all’orologio fermo, uno dei simboli della strage. Il bus si ‘trasforma’ in un improvvisato carro funebre per trasportare le vittime innocenti all’obitorio di via Irnerio, a poca distanza. Si fa largo tra la gente, coi finestrini coperti da lenzuoli bianchi.

Il “37” non è mai stato dimenticato. Dopo il suo “pensionamento” è stato “parcheggiato” nel capannone storico di via Bigari al riparo da agenti atmosferici e da pericoli di danneggiamento. Non è mai stato formalmente dismesso, ma tutt’oggi (seppur non circolante) resta immatricolato e targato come 38 anni fa, per conservare la memoria storica di un testimone-simbolo del servizio alla città.

Le condanne

Bisognerà attendere il 1995 per avere una sentenza definitiva, ma non la verità: il 23 novembre la Corte di Cassazione confermò la condanna all’ergastolo, quali esecutori materiali dell’attentato, per Giuseppe Valerio Fioravanti , detto Giusva, che intendeva colpire al cuore Bologna la rossa e Francesca Mambro.  Dopo l’arresto, hanno confessato dieci omicidi, ma per la Strage di Bologna si sono sempre dichiarati innocenti. Nel 2007 la Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni anche per un altro ex Nar, Luigi Ciavardini che il 2 agosto aveva 17 anni.

Il depistaggio

L’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del Sismi Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte sono stati condannati per il depistaggio delle indagini. Faranno ritrovare sul treno Taranto-Milano una valigetta con armi, esplosivo (dello stesso tipo di quello utilizzato nella strage di Bologna), due biglietti aerei e documenti per accreditare la pista del terrorismo internazionale (l’intenzione – scriveranno i giudici – è coprire la matrice neofascista della strage).

Restano, invece, senza nome i mandanti. Il fascicolo della Procura è sempre rimasto contro ignoti.

Senza un mandante, senza un movente, senza una risposta a tanti gli interrogativi, con una verità giudiziaria alla quale molti faticano a credere, la strage di Bologna resta un caso ancora aperto.

Tags: attentati-graviuna-data-una-storia
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